Itinerari irsuti: una passeggiata tra le statue dei poeti baffuti di Roma

statue poeti baffuti roma

Camminare nel cuore storico della Città Eterna alla ricerca dei monumenti ai rimatori romaneschi Alberto Salustri in arte Trilussa, Giggi Zanazzo e Giuseppe Gioachino Belli

belli-trilussa-zanazzo

Nella penultima settimana di agosto, quando Roma era ancora semi deserta e così piacevolmente vivibile, ci siamo incamminati per le vie del centro in una godibilissima passeggiata alla ricerca delle statue dei poeti baffuti della Città eterna.
Prima dunque che in queste settimane di settembre Giove Pluvio decidesse di scagliare sulla Capitale la sua ira tempestosa, gettando dal cielo secchiate d’acqua quasi a vessare ulteriormente quanti rientravano dalle vacanze per riprendere il lavoro o semplicemente per non fare un cazzo ma comunque intasando le strade della Capitale, abbiamo intrapreso questo atipico itinerario irsuto, che ha di poco seguito il nostro omaggio alle statue baffute degli eroi della Repubblica Romana sul Gianicolo,  che da piazza Trilussa, passando per piazza Giuseppe Gioachino Belli e attraversando l’Isola Tiberina ci ha condotto nel cuore del ghetto ebraico per arrivare sino a via dei Delfini.

Parcheggiando comodamente la macchina su un lungotevere praticamente vuoto ci siamo dunque spinti, costeggiando la splendida Villa Farnesina e il suo parco, verso Piazza Trilussa (per un orientamento geografico da accostare alla descrizione dell’itinerario si veda la mappa sul fondo dell’articolo) dove sulla sinistra mettendoci alle spalle la fontana di Ponte Sisto ci siamo trovati di fronte al monumento del celebre rimatore romanesco che dà il nome alla stessa piazza. Inaugurato il 21 dicembre del 1954, nel quarto anniversario della morte del poeta al secolo Alberto Salustri (Roma, 26 ottobre1871 – Roma, 21 dicembre 1950), opera dello scultore Lorenzo Ferri, l’autore di innumerevoli sonetti e poemi viene rappresentato appoggiato ad un basamento in muratura con innesti in marmo provenienti da antiche opere romane, e sembra decantare una delle sue celebri poesie nell’atto di raccogliere l’ispirazione con la mano destra aperta. Sul volto un baffetto ben pronunciato che tuttavia non rende onore al folto baffo a punta con il quale spesso Trilussa si presentava in pubblico. Una lapide incastonata sul basamento cita i versi in vernacolo di All’ombra, poemetto contro la censura in piena linea con l’acceso spirito polemico del cantore di Roma fustigatore dei costumi dei suoi contemporanei:

All’ombra

Mentre me leggo er solito giornale
spaparacchiato all’ombra d’un pajaro
vedo un porco e je dico: – Addio, maiale! –
Vedo un ciuccio e je dico: – Addio, somaro! –
Forse ste bestie nun me capiranno,
ma provo armeno la soddisfazione
de potè dì le cose come stanno
senza paura de finì in prigione.

statua trilussa

Ad alcuni amici del poeta il suo simulacro non piacque anche perché uno dei tratti caratteristici della sua figura era la notevole statura che data la posizione della statua, appoggiata al basamento, non era stata messa per nulla in risalto tanto che un suo amico, lo scrittore Gugliemo Guasta, sulla rivista Il Travaso delle idee del 10 febbraio del 1958 scrisse:

Pover’amico mio, chi t’ha stroppiato?
Tu che vivo parevi un monumento,
ner monumento pari un disgrazziato;
tu ch’eri tanto bello, fai spavento.

Io me ce sento rabbia, me ce sento,
de nun potè conosce st’ammazzato
che prima t’ha scorpito a tradimento,
poi mette in mostra er còrpo der reato.

Tutto pe sbieco, mezz’a pecorone
lui pò ringrazià Dio che nun te vedi
arinnicchiato accanto ar fontanone.

Se te vedessi, Tri, nun ciabbozzavi
e benchè t’abbia fatto senza piedi,
ma sai li carci in culo che je davi!

Per chiudere il capitolo Trilussa e riprendere il racconto della nostra passeggiata vogliamo proporre i versi del suo componimento Lo specchio dove il poeta racconta una sua esperienza dal barbiere rimembrando un amore svanito nel tempo. In questa poesia si respira l’atmosfera di una tipica sala da barba. La narrazione poetica rimane a tutt’oggi attualissima potendosi tranquillamente adattare senza alcuna forzatura ad un qualsiasi barbiere moderno. La presenza degli avventori in fila per la tonsura e i racconti delle avventure galanti tipiche di questi ambienti prendono una piega mesta quando Trilussa ricorda la storia di un amore finito male con tale Bice, portando un velo di tristezza tra i presenti alcuni dei quali probabilmente, al pari del poeta, feriti nel cuore da una donna. L’epilogo della poesia è una risata agrodolce, un climax emozionale che accomuna tutti gli avventori ed equilibra la complessiva malinconia dell’irsuto componimento:

Lo specchio

Ogni vorta che vado dar barbiere,
ner vede quela fila de me stessi
allineati come tanti fessi
ner gioco che me fanno le specchiere,
nun posso sta’ se nu’ je fo un versaccio
pe’ vedelli rifà quelo che faccio.
Metto fòra la lingua e cento lingue
me rifanno la stessa pantomima;
ogni testa ubbidisce: da la prima
all’urtima, ch’appena se distingue,
pareno ammaestrate a la parola
sotto er commanno d’una guida sola.
Se invece penso a te, ciumaca mia,
nun potrei garantì che, ner ricordo,
queli me stessi vadino d’accordo
come ner gioco de fisonomia;
anzi, quarcuno dubbita e me pare
che nun veda le cose troppo chiare.
Qualunque idea me nasce ner cervello
se cambia così presto e così spesso
che nun fo in tempo de guardà me stesso
che già er pensiero mio nun è più quello.
Immaggina un po’ tu quello che sorte
da un omo che riflette cento vorte!
Ciò fatto caso giusto stammattina;
dopo d’avemme insaponato er viso
er barbiere m’ha chiesto a l’improviso:
– L’ha più rivista quela signorina?
– Chi? – dico – Bice? – E m’è rimasta come
la bocca amara né ridì quer nome…
Subbito cento bocche, tutte eguale,
piegate ne la smorfia d’un dolore,
hanno inteso er rimpianto d’un amore,
hanno ridetto er nome tale e quale;
ma quant’idee diverse! quante cose
leggevo in quele facce pensierose!
Io dicevo: – Ormai tutto sfumò… –
E quelli appresso: – Certo… – Chi lo sa?…
– E se tornasse? – Che felicità!
Ce faccio pace subbito… – Però…
Doppo quela scenata che ce fu…
è forse mejo che nun torni più.
– Me ricordo li baci de quer giorno…
– E quelo schiaffo che j’appiccicai…
– Si, feci male… – Feci bene assai!
Ciaveva un conte che je stava intorno…
Era un’infame… – Un angelo… – Una strega…
– Chi se la po’ scordà? – Chi se ne frega! –
E scoprivo in ognuno un pentimento,
una gioja, un rimorso, un desiderio…
Ma quanno me so’ visto così serio
m’è venuto da ride… E tutti e cento
m’hanno risposto, pronti a la chiamata,
con una risatina sminchionata.

roma prima dei muraglioni del lungotevere

Con i versi di Trilussa ancora in testa ci inoltriamo lungo via del Politeama dove un tempo, prima della risistemazione del Lungotevere e conseguente erezione dei muraglione di protezione, sorgeva l’omonimo teatro in legno; seguendo per via della Renella – che dal nome ricorda i depositi di sabbia che seguivano alle piene del biondo Tevere e dove fino alla metà dell’ottocento sorgeva una spiaggetta per i bagnanti (vedi foto sopra) –  confluiamo su via Gustavo Modena e arriviamo a Piazza Giuseppe Gioachino Belli con il monumento dedicato all’omonimo poeta romanesco nato nella Città Eterna il 7 settembre del 1791 e qui morto il 21 dicembre del 1863.

Al centro della piazza di fronte alla torre degli Anguillara – ultimo fortilizio medievale del rione Trastevere che si estenda verso il cielo memore delle guerre tra nobili di quel periodo bellicoso, incorporato alla cosìddetta casa di Dante, edificio posticcio di epoca umbertina in stile falso medievale dove regolarmente a cadenza settimanale gli studiosi del Sommo Poeta s’incontrano per decantare la Divina Commedia – la statua baffuta del Belli opera di Michele Tripisciano.

Monumento Giuseppe Gioachino Belli

45 metri cubi di travertino inaugurati solennemente il 4 maggio del 1913 e per i quali a chiusura del bando venne stanziata la rilevante cifra di 30.000 lire dell’epoca. Il poeta è rappresentato in piedi, cilindro in testa e coperto da un lungo cappotto di marmo nell’atto di appoggiarsi al suo bastone – nel corso del tempo più volte rubato e puntualmente riapposto; le statue a Roma sono spesso bersaglio di scherzi e sberleffi lo sa bene ad esempio quella parlante dell’Abate Luigi la cui testa è stata sottratta a più riprese da collezionisti di cimeli e improvvisati burloni e puntualmente risistemata con un’altra posticcia recuperata dai fornitissimi magazzini comunali -. Sullo sfondo del componimento scultoreo la spalletta del vicino ponte Fabricio di cui si riconoscono i tipici 4 capi o teste quadriformi che sembrano vegliare sui passanti all’ingresso dell’isola Tiberina sul lato di lungotevere Pierleoni. Ai lati del monumento due bocche, che rappresentano la Poesia e la Satira, sgorgano acqua su due vasche sottostanti e simmetriche mentre sul basamento, nella parte rivolta verso ponte Garibaldi è scolpito il padre Tevere accompagnato dalla Lupa e i gemelli Romolo e Remo simbolo del blasone cittadino. Sul retro del basamento invece un altro rilievo raffigura un gruppo di popolani raccolti intorno alla statua di Pasquino. Accanto alla statua del poeta poco sotto la sopracitata spalletta di Ponte Fabricio è possibile leggere l’iscrizione: “Al suo Poeta/ Giuseppe Gioacchino Belli / Il Popolo di Roma / MCMXIII“.

In tema di baffi vale la pena proporre il componimento rigorosamente in vernacolare romanesco del Belli intitolato Li bbaffutelli dove il poeta dà voce ad un popolano sanfedista che lancia strali contro i baffuti massoni (i mustacchi erano un segno di riconoscimento precipuo degli adepti di tale sodalizio all’epoca del componimento, datato 9 ottobre 1831), indicati come pericolosi sovversori dell’ordine costituito, e che suggerisce al Papa di utilizzare il metodo della castrazione e financo la forca per evitare la proliferazione di questi pericolosi individui all’interno dello Stato Pontificio.

Li bbaffutelli

No ppe ccristaccio, nun volemo un cazzo
sti bbaffetti pe Rroma in priscissione;
che vviengheno a ddà er zacco su a ppalazzo,
e a bbuggiarà la santa riliggione.

Ma er Papa nostro, si nun è un cojjone,
ce l’ha dda fà vvedé cquarche rrampazzo!
Bast’abbino l’idea de frammasone
pe mmannalli a impiccà tutt’in un mazzo.

E ppe nnun fà a chi fijjo e a chi ffijjastro,
a le mojje bbollateje la sorca,
e a li fijji appricateje l’incastro.

Si a ddà un essempio a sta canajja porca
poi manca er boja, sò cquà io pe mmastro,
che sso ccome se sta ssott’a la forca.

Lasciandoci alle spalle il Belli, proseguiamo la nostra camminata inoltrandoci per il Lungotevere degli Anguillara e giungiamo al centro dell’Isola Tiberina attraversando Ponte Cestio. Passando per Piazza San Bartolomeo ci godiamo la vista dell’esterno di San Bartolomeo all’Isola e l’annesso ospedale israelitico mentre sulla sinistra possiamo vedere gli edifici del Fatebenefratelli. Prima di attraversare ponte Fabricio, che unisce l’isola del Tevere – un tempo santuario della divinità “curatrice” Esculapio – con l’altra sponda della città, diamo uno sguardo all’interno del ristorante la Sora Lella, che fu di proprietà della compianta Elena, sorella del celebre attore romano Aldo Fabrizi – anche lui spesso e volentieri baffuto e stimato compositore di poemi in romanesco – verace esempio di romanità e probabilmente una delle ultime vere matrone romane, protagonista di numerose pellicole comiche fino alla definitiva consacrazione avvenuta con i film di Carlo Verdone.

Isola Tiberina

C’inoltriamo dunque nel ghetto superando via di Monte Savello e con la Sinagoga alla nostra sinistra ci godiamo la tipica atmosfera che si respira da queste parti e che dà l’idea di trovarsi in una città all’interno della città. Diamo uno sguardo ai resti del Portico dedicato ad Ottavia la sorella dell’imperatore di Augusto, con le notevoli rovine di svariati templi pagani, riutilizzati per secoli – dopo il crollo dell’impero romano – come banchi di posa per il pesce che qui si vendeva in una sorta di mercato ittico a cielo aperto. Superiamo dunque la chiesa di Sant’Angelo in Peschiera dove fino al XVIII secolo gli ebrei erano costretti ogni sabato ad assistere alla predica fatta con il preciso scopo di convertirli – pare che in molti si presentassero muniti di tamponi per le orecchie – e attraversando via della Tribuna di Campitelli, lasciandoci alle spalle la chiesa del XVII secolo di Santa Maria in Portico in Campitelli, arriviamo a via Cavalletti confluendo finalmente a via dei Delfini.

Al numero 5, su di un palazzo ormai diroccato, si trova il busto commemorativo di Giggi Zanazzo all’anagrafe Luigi Antonio Gioacchino Zanazzo, (Roma, 31 gennaio 1860 – Roma, 13 dicembre 1911), poeta, commediografo, antropologo e bibliotecario italiano, insieme a Francesco Sabatini, tra i padri fondatori della romanistica, amico, sodale baffuto e primo ispiratore della carriera da poeta vernacolare di Trilussa. Allo stesso civico la casa natale del poeta che dalla finestra che ancora oggi sovrasta l’opera commemorativa si affacciava sulla strada e su Piazza Lovatelli, immagini a lui care da cui trasse l’ispirazione per i versi che completano l’opera scultorea di Amleto Cataldi,  inaugurata il 24 febbraio del 1929 – 18 anni dopo la morte di Zanazzo – con la testa del mustacchiuto poeta in mezzo a due graziosi putti di bronzo: “Da la loggetta / di casa mia m’affaccio / e guardo in giù / vedo la strada / vedo la piazzetta“.

busto zanazzo

Come Trilussa e il Belli anche Zanazzo nella sua estesa opera ebbe modo di occuparsi a suo modo di baffi e di barbieri. Interessante a tal proposito un suo componimento intitolato L’arma del papa barbiere, dove la penna del poeta trova motivo di schernire Pio IV Medici nel ricordare la beffa subita da questo Pontefice per mano di Michelangelo.

L’arma del papa barbiere

Sopre la porta Pia, sur frontone in arto che sta dde faccia a la via Venti Settembre, si cce fate caso,
c’è uno scherzo de pietra fatto da ll’architetto che ha frabbricato quela porta.
Siccome dice ch’er papa che l’ha fatta fa’ ne vieniva dé discendenza de la famija d’un barbiere,
l’architetto pe ffallo sapé a tttutto er monno, cià fatto scurpì quella gran cunculina, co’ ddrento in
mezzo un ppezzo de sapone e ‘ntorno a la cunculina er si sciuttamano co la su’ bbrava frangia
de qua e dde llà.
Scherzo che dar medemo architetto è stato messo puro de qua e dde llà de la porta medema

Tra il 1561 e il 1565 l’allora capo della Chiesa, a seguito della chiusura dell’adiacente Porta Nomentana, commissionò infatti all’artista l’erezione del complesso monumentale di Porta Pia. Dato l’esiguo compenso proposto da Pio IV al Buonarroti per l’esecuzione dell’opera, l’artista decise di beffarsi delle dubbie origini nobiliari del papa – che pare appartenesse ad un ramo poco blasonato dei medici originario da una famiglia di barbieri milanesi – mettendo in mostra ai lati della porta e sopra di essa, tre marmorei bacili con tanto di saponetta al centro e coronati da altrettanti asciugamani (attrezzatura immancabile nel corredo dei barbieri dell’epoca). Sopra lo stipite della porta monumentale un mascherone ghignante con le ali uncinate e quasi incompiuto, sembra ridere alle spalle del pontefice. La fantasia popolare ha voluto vedere in questa testa il volto stesso di Michelangelo sorridente per il tiro mancino teso al pontefice.

porta pia

Per vedere i bacili e gli asciugamani da barbiere incastonati su Porta Pia, l’itinerario imporrebbe una deviazione di 2,8 Km ma se si desidera continuare la passeggiata in zona alla ricerca di altre statue baffute di Roma – non si tratterà più in questa sede di sculture di poeti mustacchiuti ma vale comunque la pena proseguire nel tragitto trovandosi a pochi passi dalle successive sculture – potreste ridiscendere per Via dei Delfini ed imboccare Via dei Falegnami (nome che ricorda la presenza in loco di numerose botteghe di artigiani del legno). Sbucando su via Arenula – altra via che come la succitata Via della Renella ricorda la rena che si depositava nella zona durante le esondazioni del Tevere – è consigliabile una breve sosta alla statua del baffutissimo Federico Seismith Doda (1825-1893) patriota e protagonista del Risorgimento tra i padri fondatori d’Italia, che si trova nel parchetto di piazza Benedetto Cairoli di fronte al chiosco del giornalaio. Opera dello scultore Eugenio Maccagni, in bronzo su basamento di travertino e posta in loco nel 1919, è oggi bersaglio prediletto di storni, gabbiani e piccioni della zona.

statua seismit doda

Proseguendo poi su Via Arenula attraversando ponte Garibaldi si potrebbe decidere di deviare verso Viale di Trastevere e superando di nuovo la statua del Belli giungere al Civico 18 per soffermarsi di fronte al busto lanuginoso di Bartolomeo Pinelli (Roma, 20 novembre 1781 – Roma, 1º aprile 1835) dello scultore trasteverino Pier Gabriele Vangelli. L’irsuta immagine in bronzo del baffuto pittore e incisore che seppe tramandare al meglio le fotografia di una Roma ormai sparita, travolta dagli stravolgimenti urbani delle prime decadi del novecento, nella posa è a braccia conserte e sembra trasmettere lo spirito tenace del popolo romano d’una volta ormai quasi del tutto svanito travolto dalla globalizzazione e dagli stravolgimenti della Città Eterna che seguirono all’unità d’Italia e alla conseguente elezione di Roma a capitale del nuovo stato unitario avvenuta nel 1871.
Il testo della lapide commemorativa posta al di sotto della scultura cita: “Roma ricorda che in una casa esistente in questa area il 20 novembre del 1781 nacque Bartolomeo Pinelli, er pittore de Trastevere. 20 Novembre 1958“.
statua Pinelli
L’itinerario della durata di circa un paio d’ore, potrebbe tranquillamente proseguire perdendosi tra gli affascinanti vicoli di Trastevevere, e magari chiudersi con una bella visita a qualche barbitonsore caratteristico del centro di Roma, alcuni dei quali sono ampiamente recensiti nella rubrica Storie di Ordinaria barbieria. Buona passeggiata!

monumenti poeti baffuti mappa

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